Quasi nulla, invece, è stato scritto su quale sia stato l’impatto culturale e identitario dell’Euro-crisi sia all’interno degli stati membri che al livello degli attori e delle istituzioni europee. I motivi di questa mancanza sono diversi. Uno di questi è che, particolarmente dopo il fallimento del trattato costituzionale, parole come federalismo, identità e integrazione europea, quando non vengano relazionate ad aspetti economici, sembrano essere taboo sui media e sulla bocca di quei politici nazionali e europei che contano davvero. Un altro è che la forza dei movimenti e dei partiti euroscettici è in costante ascesa anche in paesi dove la vocazione europeista è sempre stata storicamente molto forte (si veda il caso dell’Olanda).
Questo rende l’argomento Europa particolarmente difficile da gestire per alcuni partiti tradizionali a vocazione maggioritaria con storiche posizioni filo-europeiste. L’Euro-crisi ha tuttavia avuto dei risvolti culturali e identitari importanti. Ha fatto riemergere antichi pregiudizi fortemente radicati nell’immaginario storico e politico dei popoli del vecchio continente e ha sfruttato antiche diffidenze geografiche e culturali che sembravano essere ormai confinate a chiacchiere da bar. Nel complesso, non ha comunque indebolito il cammino verso una maggiore integrazione politica. A confermarlo sono stati gli stessi Merkel e Sarkozy in un summit che si è svolto a Friburgo lo scorso 10 dicembre : “È necessario cercare impegnarsi per un più forte e decisivo sguardo all’integrazione economica - ha spiegato Merkel - Questo non riguarda soltanto i temi legati alla moneta unica ma anche la cooperazione politica che deve essere approfondita”.
Ma quali divisioni sono emerse durante l’Euro-crisi ? E, soprattutto, come spiegare il fatto che le elites europee continuino a reclamare più integrazione malgrado i popoli del vecchio continente sembrino sempre più prigionieri di stereotipi nazionali e culturali che li oppongono l’uno all’altro ?
In Germania si lavora, mentre i greci mentono
Lo scorso giugno 2010, uno dei paesi più fragili dell’Eurozona, la Grecia, si è trovato in una situazione finanziaria estremamente precaria e i mercati hanno cominciato a dare forti segni di impazienza. I paesi dell’Eurozona sono intervenuti mettendo a disposizione 110 miliardi di euro in 3 anni (di cui 40 provenienti dal fondo monetario internazionale) a patto che il governo greco varasse una serie di misure molto dure per la riduzione del debito attraverso tagli significativi della spesa pubblica.
L’antitesi tra un paese nordico operoso e produttivo e un sud pigro e corrotto è forse stata quella che più di ogni altra è venuta fuori durante la crisi greca su molta parte della stampa europea e sulla bocca di alcuni leader politici, Angela Merkel inclusa.
Si vedano in particolare le accuse di menzogna rivolte al governo greco dalla stampa tedesca sulla situazione dei conti dello stato ellenico. Il 25 marzo 2010, il cancelliere tedesco Angela Merkel, parlando al Bundestag, usava parole durissime nei confronti della Grecia. “Deve essere chiaro - spiegava all’assemblea - che il patto di stabilita non è stato disegnato per nascondere gli imbrogli finanziari di alcuni stati”. Tuttavia, l’attacco più duro alla Grecia arrivava dal settimanale tedesco Die Bild. In una lettera aperta al primo ministro greco Papandreou, pubblicata il 3 marzo 2010, i Greci venivano descritti come un popolo incline alla corruzione e alla bella vita e con poca voglia di lavorare. “Voi siete in Germania - esordiva la lettera rivolgendosi a Papandreou - un paese che è molto diverso dal vostro. Qua nessuno deve pagare migliaia di euro per avere un letto in ospedale. La Germania ha un debito alto, ma noi ci svegliamo la mattina e lavoriamo tutto il giorno”. Nell’editoriale si comunicava l’idea che i Greci avessero mentito proprio perchè appartenevano a una cultura in cui il valore della menzogna non è lo stesso di quello che c’è in Germania. Inoltre, si stigmatizzavano certe “abitudini” tipiche dei paesi sud-europei contrastandole con lo stile di vita ben più morigerato e corretto di paesi come la Germania.

- Angela Merkel
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Fonte : www.flickr.com© World Economic Forum
Che ci siano forti differenze nella scansione del tempo lavorativo e nella gestione dei ritmi quotidiani tra Nord e Sud-europa è chiaro a chiunque abbia soltanto viaggiato nel Nord e nel Sud Europa. L’antitesi ha avuto una certa fortuna anche in certe pagine letterarie famose, senza sfociare in critiche sprezzanti o classifiche di culture migliori e peggiori. Basta rileggersi alcune pagine di Omaggio alla Catalogna di George Orwell per rendersene conto. In alcuni passaggi, l’autore inglese, che di tutto può essere accusato fuorchè di razzismo o pregiudizi anti-iberici, si sofferma sulla lentezza della scansione del tempo in Spagna e sul fatto che tutto tenda a cominciare molto tardi rispetto a quanto accade in altri Paesi europei. Nessun giudizio di valore. Tuttavia, che queste differenze culturali significhino che al Nord si lavora e al Sud un po’ di meno è andare troppo in là e trasformare le differenze culturali in un pregiudizio politico.
Gli anglosassoni contro l’Europa continentale
Un’altra delle opposizioni culturali che è stata sfruttata e strumentalizzata dai media e da alcuni leader europei in maniera caricaturale durante l’Eurocrisi è stata quella tra mondo Anglosassone e Continente. Questa opposizione si è manifestata in due principali prese di posizione.
La prima è quella che ha voluto vedere nella crisi una sorta di strategia di sabotaggio dell’Euro da parte di speculatori di provenienza anglosassone, in particolare britannica e/o americana. A testimoniare anche questa interpretazione della crisi europea era il corrispondente per l’Europa della BBC, Gavin Hewitt, che in uneditoriale pubblicato online lo scorso febbraio ricordava come in ogni paese europeo ci si affrettasse a identificare quale potere straniero fosse responsabile per la crisi. Molti media francesi, spagnoli e greci, scriveva, insistono nel definire gli anglosassoni come i veri speculatori che hanno portato verso la crisi : “Sono le banche e i fondi di investimento anglosassoni che sono dietro la crisi”, scriveva Hewitt. Quello che colpisce di più di questa teoria cospirativa della crisi è il fatto che alcuni leader europei, uno tra tutti il primo ministro lussemburghese Junker, non solo sembravano appoggiare questa spiegazione ma tendevano a spingersi oltre parlando di complotti dei mercati non europei ai danni dell’Euro.
Lo stesso schema basato sull’antitesi tra il Continente e il mondo anglosassone è stato visto all’opera nella crisi irlandese. Molti commentatori irlandesi hanno visto nel pacchetto di salvataggio una sorta di tentativo indebito dell’Europa di punire uno stato da sempre euro-scettico e più legato alla Gran Bretagna che all’Unione europea. Un’importante opinionista irlandese, Jason Walsh, intervenendo sul pacchetto salva-Irlanda su press-europe spiegava come queste misure dell’Europa suonavano come un modo di oltrepassare i poteri sovrani del popolo irlandese e asservirli all’elite degli eurocrati di Bruxelles.
Perfino l’Economist è arrivato a legittimare questa tesi quando ha parlato delle misure di salvataggio europee per l’Irlanda come di un tentativo di punire un modello economico in cui al rigore si era preferito l’apertura dei mercati e una forte liberalizzazione degli investimenti esteri.
L’opposizione tra un modello economico anglosassone e uno continentale è molto problematica. Eppure, ha alimentato almeno due secoli e mezzo di storia europea, almeno a partire dalla rivoluzione industriale iniziatasi in Gran Bretagna alla fine del Settecento. Molta della pubblicistica marxista della seconda parte dell’’800 e successiva, in gran parte riconducibile e pensatori e movimenti socialisti tedeschi e francesi, stigmatizzava l’Inghilterra e l’America come patrie quasi antropologiche del capitalismo. Tuttavia, l’antitesi continua a essere usata da molti economisti oggi per delineare un modello capitalista anglosassone e uno continentale, il primo più attento alle esigenze del mercato, il secondo più temperato dal controllo statale e da certe derive dirigiste.
Perchè le divisioni ? Una mitologia della crisi
Come spiegare il fatto che stampa e leader europei abbiano utilizzato queste opposizioni culturali stereotipate durante l’Euro-crisi ? Una delle possibili interpretazioni è che si sia trattato di un tentativo intellettualmente rozzo, ma politicamente comprensibile, di giustificare di fronte ad un’opinione pubblica disorientata e arrabbiata quello che era inevitabile fare.
Nei mesi durante i quali è stato approvato il pacchetto di salvataggio dell’economica ellenica, i Tedeschi hanno cominciato ad attaccare i Greci accusandoli di imbrogliare. I Greci, a loro volta, hanno cominciato a sospettare dei tedeschi ricordando certe operazioni non proprio pulite condotte da imprese tedesche in Grecia col sostegno di parti corrotte dell’establishment ellenico (per esempio lo scandalo Siemens). Insomma, parte della stampa e dell’opinione pubblica dei due paesi ha usato la crisi per far appello alla pancia dei propri connazionali e accusare quelli del Paese opposto. Miti primordiali legati alla storia di questi popoli sono tornati a legittimare paure odierne. Cosi, il ricordo del collasso dell’economia dopo due guerre che avevano distrutto il paese ha portato i Tedeschi a temere per la propria stabilità finanziaria, un’ossessione che ha sorretto la banca centrale tedesca fin dalla sua nascita nel 1945. Allo stesso tempo, l’orgoglio di un popolo piccolo, quello greco, da sempre abituato a lottare per la propria autodeterminazione contro potenze stranieri soverchianti, ha portato i greci a guardare quasi con sospetto al prestito dell’UE e del Fmi. Quasi che fossero una novella forma di colonialismo imperialista.
Qualcosa di analogo è successo con le teorie del complotto per spiegare l’ Euro-crisi o durante la crisi irlandese. A molti è sembrato più conveniente cercare una spiegazione esterna a un problema che in realtà è profondamente radicato nei meccanismi di interdipendenza economica europea. Così, è stato piu facile accusare i banchieri anglosassoni di speculare e complottare contro l’Euro piuttosto che dire all’opinione pubblica che gran parte del debito greco era nelle mani di banche francesi, tedesche e italiane e che un eventuale fallimento della Grecia avrebbe portato al collasso di queste banche. Infine, nel caso irlandese è stato facile far credere all’opinione pubblica che l’Europa cattiva voleva punirla per le scelte euroscettiche che aveva fatto nel passato piuttosto che aiutarla a risolvere una situazione provocata da un sistema bancario incapace di essere sostenuto dalle finanze nazionali irlandesi.
Europa federale ?
Oltre questi dibattiti formati dalla stampa, la crisi è stata gestita dai leader europei con pragmatismo e tanta cattiva retorica politica. La verità è che sin dal primo momento della crisi greca, nessuno dei leader europei o dei funzionari senior delle principali banche europee ha mai avuto un dubbio su quale sarebbe stato il risultato. Al di là della retorica dei media tedeschi e greci, il pacchetto di misure anti-crisi per salvare l’economia greca era inevitabile. Cosi come lo era quello destinato all’Irlanda.
Insomma, la solidarietà tra gli stati europei è ormai ineludibile perche l’Europa è una delle aree del globo più interdipendenti da un punto di vista economico. E la stessa cosa si può dire dell’integrazione europea. Ormai siamo giunti ad un punto in cui più integrazione europea sembra necessaria e inevitabile. Tornare indietro sarebbe letteralmente insostenibile per i costi, ha spiegato l’Economist qualche settimana fa.
Perfino Andrew Moravcsik, uno dei padri della cosiddetta teoria intergovernativa dell’integrazione europea è stato costretto dalla crisi europea ad ammettere che sono emersi elementi riconducibili ad un’idea degli “Stati Uniti d’Europa”. Certo, i motivi non sono ragioni ideali di vocazione verso l’ideale di un’Europa unita e federale. Tuttavia, i risultati sembrano sempre di più quelli di un’unione a vocazione federale in cui temi che da sempre rientrano sotto l’egida della sovranità nazionale, per esempio le politiche fiscali o quelle sociali, verrano gradualmente trasferiti al livello comunitario. E allora quali sono le nuove sfide del federalismo europeo in una situazione come questa ?
La tradizione del federalismo europeo, si sa, è un coacervo di teorie differenti che vanno dalla riflessione di Spinelli a quella più recente di pensatori come Beck e Grande. È affascinante studiare e incontrare questa tradizione intellettuale con le lenti dello studioso e con quelle della persona appassionata di Europa. Sia che si avalli la concezione più tradizionale del federalismo spinelliano (l’idea dell’Europa come un Super-stato), sia che si guardi a quella più dinamica di Beck e Grande (federalismo come europeizzazione), risulta chiaro che oggi l’idea federalista europea ha assunto delle tinte realiste e pragmatiche tali da richiedere un ripensamento integrale del nucleo teorico stesso della tradizione federalista come tale.
Eppure, quante volte sentiamo pronunciare questo termine su giornali e telegiornali francesi, italiani o britannici ? E quante volte sentiamo pronunciarlo dai politici che contano al livello nazionale ? Di solito si preferisce la parola integrazione che ha un carattere più economico. Tuttavia, l’Eurocrisi ha dimostrato che la necessità di avviare maggiore integrazione in aree più eminentemente politiche non può più essere ignorata. E questo, a breve giro, apre necessariamente la possibilità di ricominciare a ragionare nell’arena politica, e non soltanto nei circoli accademici o nei gruppi federalisti europei, su concetti come identità, cultura e federalismo o con-federalismo europeo, partendo da un approccio fortemente pragmatico.
Insomma, l’Eurocrisi sta facendo quello che il Trattato costituzionale non era riuscito a fare, e cioè trasformarsi in un grande motore del rilancio politico dell’integrazione europea. Il presidente dell’Unione Van Rompuy, poche settimane fa, ha detto che l’Europa e a rischio se non si risolvono i problemi finanziari di alcuni paesi. Ma poi, a scanso di equivoci, si è affrettato a spiegare che un’Europa come super-stato sarebbe un grande errore. Eppure, si sa, a decidere dove va l’Unione sono ancora certi leader nazionali. E sia la Francia che la Germania, malgrado goffe temporanee marce indietro e cautele del caso che aumentano in periodi pre-elettorali, continuano a domandare più integrazione.
Come sempre è successo nel processo di integrazione europea, le elites hanno capito che il processo non può più fermarsi e si barcamenano per spiegare alle opinioni pubbliche quello che è ormai un dato inevitabile. L’Europa è sempre stata anche una questione di nomi. Il Trattato costituzionale è praticamente in vigore sebbene si chiami trattato di Lisbona. L’Euro-crisi ha mostrato che ormai l’Europa politica è un orizzonte ineludibile. Questo come lo vogliamo chiamare ? Federalismo pragmatico ?


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