In Cina giungono le notizie dall’Italia relative all’approvazione della controversa manovra finanziaria bis, al conflitto interno alla BCE e alle inchieste giudiziarie del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
La stampa europea segnala i movimenti verso est del numero due del Ministero dell’Economia italiano e i viaggi a Roma dei dirigenti del fondo sovrano cinese, il China Investment Corporation. Grande enfasi sulla possibilità che la Cina possa tenersi pronta qualora la BCE decidesse di diminuire il suo sostegno ai titoli di Stato italiani.
Come non notare le contraddizioni di questo scenario ? Il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, ha forse ritirato dagli scaffali il suo libro in cui proponeva di limitare le esportazioni cinesi ? Il Tremonti fiscalista d’assalto, con tanto di studio distaccato in Lussemburgo, si è forse riconvertito al socialismo di mercato ? Oggi usa vantarsi di essere tra i pochissimi occidentali ammessi a parlare alla sede del Partito Comunista Cinese, la moderna città proibita, il mitico Zhongnanhai, dietro l’angolo di piazza Tiananmen a Pechino.
La vera trasformazione riguarda il Presidente del Consiglio, che, solo pochi anni fa, raccontava che i comunisti mangiavano i bambini e che durante la rivoluzione culturale li utilizzavano, previa bollitura, per concimare i campi. I cinesi hanno memoria da elefante. Ho scoperto da poco che un mio amico belga, è l’unico collega occidentale ad avere diritto di guidare l’automobile in Cina. Per tutti gli altri c’è il difficilissimo test di conversione alla patente cinese.
E come mai un’eccezione per il Belgio ? Perché venti anni fa, il Belgio fu l’unico Paese che non chiuse l’ambasciata in segno di protesta dopo la repressione di Tiananmen. Ci vorrà un po’ per dimenticare le disattenzioni di Berlusconi, unico leader che non ha visitato l’esposizione universale di Shanghai, pur essendo l’Italia, il prossimo ospite dell’evento, e probabilmente non per nobili motivi ma soltanto per distrazione o « impegni personali ».
L’aiuto cinese non sarebbe stato risolutivo, pochi rimpianti quindi per qualcosa che molto probabilmente non accadrà. Molti rimpianti invece per il dibattito che è sorto intorno a questa possibilità. C’è chi ha lanciato l’allarme del colonialismo cinese. L’autore del libro Premio Strega 2011, ambientato nella Prato dell’industria tessile assaltata dai cinesi, ha commentato : « Se compreranno i nostri BTP, vorrà dire che restituiranno una piccola parte dei soldi che ci hanno portato via in questi anni ». I più pragmatici, hanno pensato che nonostante si tratti di capitali cinesi, sinica pecunia etiam non olet.
Tra i capolavori della retorica anti cinese si segnala l’intervento alla Camera del rappresentante della Lega, che, in occasione della fiducia sulla manovra, ha gridato allo scandalo accusando i cinesi di « voler rubare i risparmi italiani, comprando i BTP ». Interessante analisi : il Governo di Pechino impiega risparmio cinese per finanziare la Repubblica Italiana, così, rubando il risparmio degli italiani. Qualcosa non torna, ma, si sa, quando si ha a che fare con la Cina, il mestiere di populista è molto semplice.
Ai colleghi occidentali e cinesi, le raffinatezze del dibattito politico italiano e le idee più radicate tra l’opinione pubblica, fortunatamente non arrivano. In molti però si informano sulla situazione, giungono a confidarmi di aver investito in euro e di temere lo scenario dello scioglimento dell’unione valutaria. Cerco di spiegare che non si tratta di un problema italiano, bensì europeo, che le politiche nazionali non sono in grado di risolvere. Gli aiuti alla Grecia sono giunti troppo tardi e l’operazione si è presto dimostrata inefficacie e più costosa di quanto sarebbe stata se affrontata immediatamente senza tener conto dei cicli elettorali nordeuropei.
L’incertezza delle istituzioni europee, nonché’ l’incapacità del governo italiano, hanno spostato l’attenzione dei mercati sull’Italia ; ma questa non è la fine della storia. L’attacco all’Italia ha causato problemi alle banche francesi e il probabile tracollo greco causerà un effetto domino che potenzialmente non si arresterà neanche davanti alla moneta comune. I paesi scandinavi chiedono garanzie reali sugli aiuti, ma non si accorgono che non ci sono beni reali che possano resistere alla fine delle istituzioni della moneta unica qualora l’Europa dimostrasse di non essere all’altezza del progetto Euro.
Il problema del debito, d’altronde, non si risolve con più debito, chiunque sia ad emetterlo (governi nazionali, istituzioni o veicoli europei), e chiunque sia a comprarlo (BCE, FMI, banche centrali dei paesi emergenti).
La Cina, potrà forse fingere di non conoscere la retorica anticinese che dilaga in Europa, ma non potrà certo farsi carico delle montagne di debito sovrano europeo, anche perché non è chiaro chi sia il sovrano e quali istituzioni manovri.
E’, infatti, vero che alla Cina converrebbe diversificare le riserve, attualmente sovradimensionate sul dollaro, ma è anche vero che gli Stati Uniti attualmente forniscono più garanzie ai propri creditori, perché’ sono liberi di decidere autonomamente la politica monetaria, e in pratica, saranno sempre liberi di stampare moneta per pagare i debiti.
Tuttavia la Cina ha da sempre sostenuto la moneta unica europea e il fallimento dell’Euro sarebbe destabilizzante per le esportazioni cinesi e rallenterebbe il progetto di un sistema finanziario e monetario globale basato non più sul predominio del dollaro ma sulla coesistenza pacifica di Dollaro, Euro e Renminbi.
Qui s’intrecciano molte dimensioni. La politica, la moneta, l’economia reale, la speculazione finanziaria, gli squilibri globali nei flussi di capitale e di commerci. Non a caso è stata improvvisamente messa sul tavolo da Wen Jiabao la richiesta di concedere alla Cina lo status di economia di mercato, non soggetta quindi a limitazione dei commerci.
Si tratta di una grande partita a scacchi, ci sono molti giocatori, alcune alleanze, vincoli di risorse e per alcuni poco tempo a disposizione prima dello scacco matto.


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