L’ambivalenza di fronte all’UE
Crollo del tasso di partecipazione alle elezioni europee
Da 30 anni a questa parte, cioè da quando è cresciuto il ruolo del Parlamento Europeo, il tasso di partecipazione al voto è diminuito fortemente, passando dal 63% nel 1979 al 45% nel 2004. 1979 : 63% (prime elezioni a suffragio universale diretto) 1984 : 61% / 10 paesi membri 1989 : 58,5% / 10 paesi membri 1994 : 56.8% / 12 paesi membri 1999 : 49.8% / 15 paesi membri 2004 : 45.6% / 25 paesi membri 2009 : 27 paesi membri
Numero di seggi per paese
Il numero di seggi spettante a ciascun paese è proporzionale alla dimensione della sua popolazione. In accordo con le disposizioni del trattato di Nizza, il numero dei deputati per paese è stato rivisto al ribasso. Con le elezioni di giugno, si passerà dai 785 attuali deputati a 736. Estonia : 6 Cipro : 6 Lussemburgo : 6 Slovenia : 7 Malta : 5 Lettonia : 8 Lituania : 12 Irlanda : 12 Slovacchia : 13 Finlandia : 13 Danimarca : 13 Bulgaria : 17 Austria : 17 Svezia : 18 Ungheria : 22 Repubblica ceca : 22 Portogallo : 22 Grecia : 22 Belgio : 22 Paesi Bassi : 25 Romania : 33 Polonia : 50 Spagna : 50 Francia : 72 Italia : 72 Regno Unito : 72 Germania : 99
Elezioni intermedie per i nuovi membri
Al momento della loro adesione, i nuovi membri devono votare direttamente per eleggere i deputati che li rappresenteranno al Parlamento Europeo fino alle elezioni successive. Per questo la Bulgaria e la Romania hanno già votato quando sono entrate dopo le ultime elezioni (2004).
Dall’inizio della crisi economica e finanziaria, i Paesi membri dell’Europa dell’Est non sono stati di certo risparmiati. La maggior parte, non potendo beneficiare della protezione della zona euro, ha dovuto far fronte a gravi crisi di liquidità e di cambio e molti di loro sono oggi sull’orlo del fallimento. In piena tempesta, la mancanza di solidarietà Est-Ovest si è fatta sentire molto duramente. Mentre in Occidente i capi di Stato moltiplicano i piani di rilancio nazionali, l’economia crolla letteralmente in numerosi Paesi dell’Europa centrale e orientale. Malgrado la richiesta del primo ministro ungherese Ferenc Gyurcsány, l’idea di un piano d’aiuto globale per l’Europa dell’Est è stata respinta dai capi degli Stati europei. Secondo Jean-Michel De Waele, direttore del GASPPECO, gruppo d’analisi socio-politica dei Paesi dell’Europa centrale e orientale, nei nuovi Paesi membri regna oggi una grande delusione nei confronti dell’UE, ma paradossalmente anche una grande attrazione. « Si sta prendendo coscienza che l’euro è assolutamente fondamentale », spiega l’analista. « La maggior parte di questi Stati vorrebbe adottare una moneta che mostra capacità di protezione ».
In Bulgaria e Romania, l’UE è una speranza di cambiamento per le popolazioni
Questa ambivalenza si fa sentire ancora di più nei due Stati membri più giovani, dove l’UE resta la principale speranza per le popolazioni. « In Bulgaria e in Romania, la delusione nei confronti dell’Unione va vista in relazione alle speranze che avevano e che hanno ancora », aggiunge Jean-Michel De Waele. Secondo lui, in Romania, numerosi intellettuali condannano la mancanza di fermezza dell’UE verso i loro uomini politici dopo l’entrata nell’Unione. « Da quando sono diventati membri, la pressione esterna è finita. Prima, bisognava democratizzare il Paese, riformare la giustizia, lottare contro la corruzione… ». Stesso fenomeno in Bulgaria. La soppressione dei fondi europei a causa della loro cattiva gestione è stata criticata nei discorsi ufficiali, mentre la popolazione l’ha accolta positivamente. Quest’ultima si aspetta giustamente che l’UE metta fine alle diffuse pratiche di corruzione.
Crisi politiche in serie
Oltre a una grave crisi economica e monetaria, i vecchi Paesi del blocco dell’Est devono adesso fronteggiare una grave crisi politica. Nell’arco di pochi mesi sono caduti quattro governi. A febbraio, il governo lituano è imploso in seguito a violente sommosse causate dell’aggravarsi della crisi economica. Stesso scenario per il governo lettone. Il 21 marzo, il primo ministro ungherese presenta inaspettatamente le dimissioni, reputandosi incapace di far uscire il suo Paese dalla crisi. Quattro giorni dopo, è la volta del governo ceco che cade in piena presidenza dell’Unione Europea. In seguito a una mozione di sfiducia, il primo ministro Mirek Topolanek s’è detto pronto a rassegnare le dimissioni, precisando che questo non avrebbe avuto ripercussioni sulla presidenza ceca dell’Unione Europea. Resta comunque un duro colpo per la credibilità dei cechi a capo dell’UE per sei mesi. Inoltre, c’è da dire che questa presidenza europea si è presentata piuttosto male fin dall’inizio con un presidente, Vaclav Klaus, apertamente euroscettico e un trattato di Lisbona sempre bloccato al senato.
Rimane da sapere quale sarà l’impatto di queste crisi politiche sulle
elezioni europee. È probabile che sarà diverso in ciascun paese, con il rischio che gli elettori votino più in funzione degli interessi nazionali che europei. Una tendenza quest’ultima già verificatasi nelle precedenti elezioni e confermata da un sondaggio di Eurobarometro pubblicato a settembre. I nuovi Stati membri tendono infatti a privilegiare le prese di posizione dei candidati sugli interessi nazionali. Le elezioni europee saranno solo un grande test per le successive elezioni legislative.
« Chi pagherà la crisi ? »
In questi Paesi, la campagna elettorale per le Europee rischia dunque di giocarsi principalmente su tematiche interne. Un fenomeno comune ai 27 ma più grave all’Est, afferma Jean-Michel De Waele. Eccezion fatta per la lotta alla corruzione, un problema importante e comune a tutti i giovani Stati membri.
La campagna sarà tuttavia fondamentalmente economica. La domanda principale sarà : « Chi pagherà la crisi ? ». Una domanda che verrà posta in tutta Europa, ma soprattutto nei nuovi Paesi membri reduci da una crescita eccezionale. « È da vent’anni che si dice alle persone che devono fare degli sforzi per far crescere la torta e che, quando arriverà il momento, avranno una fettina di questa crescita. E adesso si dice loro : spiacenti, bisognerà aspettare ancora ! », spiega Jean-Michel De Waele.
Gli euroscettici muovono i primi passi
In questo clima di crisi e di delusione, i Paesi dell’Est non rischiano dunque di essere tentati di votare per i partiti euroscettici ? Sempre secondo Jean-Michel De Waele, l’unica ragione per cui questo tipo di lista funziona è che si tratta di liste di protesta. Ebbene, di fronte alle politiche condotte, la popolazione vorrà certamente protestare, anche se non necessariamente contro l’Unione Europea. Tuttavia, la crisi non sembra ancora giovare agli euroscettici. Secondo il sito d’informazione Euractiv, « il panorama politico nei Paesi dell’Europa centrale e orientale mostra una tendenza alla stagnazione, perfino a un appoggio sempre più debole ai partiti di estrema destra, di estrema sinistra, nazionalisti o euroscettici della regione ». In Polonia, il più grande Stato membro dell’Est, dove la popolazione eleggerà 50 deputati a giugno, il sostegno agli euroscettici sarebbe sensibilmente diminuito. Questo non ha impedito al partito euroscettico paneuropeo Libertas, contrario al trattato di Lisbona, di diffondersi nel Paese. Difensore del « no » al referendum irlandese, Libertas si presenta oggi come un partito politico paneuropeo che propone dei candidati in tutta l’UE per le elezioni europee del 2009. Critica radicalmente il modo in cui l’Unione Europea è attualmente regolata. Secondo Euractiv, la mobilitazione contro il trattato fa tuttavia fatica a svilupparsi in Ungheria, in Bulgaria o in Romania, il secondo Paese più grande dei membri dell’Europa centrale e orientale con 33 seggi al Parlamento Europeo. Nella Repubblica ceca, in compenso l’euroscetticismo è sempre attuale. Hanno fatto la loro comparsa nuovi partiti euroscettici. Da marzo, il presidente Klaus, noto euroscettico, ha fatto un appello alla cooperazione tra i numerosi partiti euroscettici affinché possano avere la possibilità di ottenere dei seggi.
Forte tasso d’astensione in vista
Trent’anni dopo il primo voto a suffragio universale delle elezioni
europee, il tasso di partecipazione è sempre in calo. Nel 2004, il tasso di astensione è stato particolarmente alto in Europa, ma soprattutto nei Paesi dell’Est. Sarà per mancanza di tradizione europea ? Secondo Jean-Michel De Waele, si possono trovare numerose ragioni per questo massiccio astensionismo nei nuovi Paesi membri. In primo luogo, perché ci sono state troppe elezioni in poco tempo. Oltre alle recenti elezioni locali e legislative, i nuovi Paesi membri hanno appena votato per i referendum d’adesione. Un bilancio poco incoraggiante per il voto di quest’anno ! Gli ultimi arrivati, la Bulgaria e la Romania, hanno anch’essi già votato nel 2007 per eleggere i loro rappresentanti al Parlamento Europeo. I romeni hanno appena votato per le legislative e per i bulgari sono previste elezioni tra qualche mese. Senza contare che a causa della crisi politica, in alcuni Paesi si rischia di dover organizzare elezioni anticipate supplementari. In secondo luogo, perché la società civile non è cosi organizzata e presente come nella « vecchia Europa ». Un’altra ragione che sottolinea De Waele è la situazione economica in cui ancora si trovano questi Paesi. « La situazione economica e sociale per la maggioranza schiacciante della popolazione resta estremamente difficile. Pertanto, le persone hanno altro da fare che interessarsi alla cosa politica. La questione è sapere come pagheranno la bolletta del riscaldamento a fine mese ! ». E infine, semplicemente per mancanza di interessi per questi Stati, che per la maggior parte hanno solo pochi eletti. « A che serve fare una campagna per meno di dieci eletti in un parlamento di più di 700 membri ? Cosa pensate di fare ? », ironizza l’analista.
In effetti, a parte qualche “peso massimo” come la Polonia (50 seggi) o la Romania (33 seggi), la maggior parte dei Paesi ha solo tra i 6 e i 22 seggi. È poco paragonato ai 99 seggi della Germania, o ai 72 della Francia, dell’Italia e del Regno Unito. In compenso, anche se la popolazione non vede sempre una posta importante nelle elezioni europee, i politici potrebbero questa volta trovarci un interesse particolare. Quest’anno entra in vigore la normativa che uniforma i salari dei deputati europei, portandoli tutti a 7000 euro al mese. Una posta enorme all’Est, dove i salari per alcuni si moltiplicheranno per dieci ! Tra delusione e attrazione per l’Unione Europea, difficile sapere quale sarà la reazione della popolazione di fronte a questa duplice crisi. I delusi voteranno per i partiti di protesta o si accontenteranno di non recarsi alle urne ? Secondo Jean-Michel De Waele, queste elezioni europee mobiliteranno ancora meno elettori che nel 2004. Il voto non è obbligatorio in questi Paesi e pertanto c’è il rischio di un elevato tasso di astensione. Insomma, la crisi politica mobiliterà o invece scoraggerà ? Appuntamento al 7 giugno.
Foto logo : Lancio della Presidenza ceca al Teatro nazionale / Copyright : eu2009.cz


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Europe de l’Est : Vote de crise ou crise du vote ?

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