Niente gay parade all’ombra del Cremlino. Per il quinto anno di fila il sindaco di Mosca Yuri Luzhkov ha negato l’autorizzazione all’annuale appuntamento di piazza con l’orgoglio omosessuale, previsto per il 29 maggio, dopo che in gennaio aveva scomodato il diavolo per qualificare gli organizzatori dell’evento. Il bando stupisce ben pochi dentro e fuori un paese recuperato al disprezzo dei diritti umani dagli avvitamenti prima dirigisti, poi spudoratamente autocratici di Putin. La Russia è peraltro in ottima compagnia a est dell’UE se Moldova, Ucraina e Bielorussia continuano di tanto in tanto a conquistare colonne sui media stranieri per episodi analoghi. Come quando poche settimane or sono a Minsk la polizia è piovuta in forze contro un picchetto di attivisti omosessuali senza lesinare manganellate.
Eppure uno studio pubblicato lo scorso maggio dall’Associazione Internazionale Gay e Lesbiche boccia anche molte realtà comunitarie, da Cipro alla Lettonia. Un indice ad hoc sviluppato secondo la minore o maggiore protezione dei diritti omosessuali nelle singole legislazioni nazionali assegna ai succitati paesi, insieme alla Polonia, uno score di zero punti. E poco distanti, secondo lo studio dell’ILGA, si posizionano Italia, Grecia e in pratica tutti gli altri nuovi paesi membri. In cima alla classifica risplendono per tolleranza Svezia e Belgio giù fino a Francia e Germania. Come detto, i principali parametri utilizzati per compilare l’indice concernono l’esistenza e l’applicazione su scala nazionale di leggi che puniscano la discriminazione in base all’orientamento sessuale, prevedano il riconoscimento delle coppie di fatto, i matrimoni omosessuali fino alle adozioni e via proseguendo. S’intuisce facilmente perché all’Italia, dove nessuno delle citate misure è in vigore, anzi alcuni tentativi in tal senso quali i Dico o la creazione del reato di omofobia sono stati affossati in parlamento, sia stato assegnato un punteggio cosi’ basso.
Fatto curioso, ma non peregrino, la faglia che separa nazioni « gay-friendly » da quelle meno attente alle istanze omosessuali corre tra l’est e l’ovest dell’Unione Europea piuttosto che tra settentrione e meridione, in parte grazie alle odierne aperture di Portogallo e Spagna. L’impatto della religione è ugualmente da tenere d’occhio : l’omosessualità resta piuttosto discriminata nei paesi ortodossi, comincia con molti distinguo a guadagnare l’attenzione del legislatore nelle realtà a maggioranza cattolica, gode di pieni diritti nelle nazioni dove domina il cristianesimo riformato o a vocazione laica. Dettagli a parte un quesito s’impone : se l’UE ambisce a creare uno spazio di giustizia unico e si da una carta dei diritti fondamentali come può ancora tollerare una forbice così ampia nel trattamento dell’omosessualità ? Come conferma una comunicazione pubblicata dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali, mettendo insieme le disposizioni dei trattati, la detta carta dei diritti e, in particolare, la direttiva del 2000 sull’equo trattamento sul lavoro si delineerebbe a livello europeo una cornice normativa che, almeno indirettamente, proteggerebbe l’omosessualità da ogni discriminazione di sorta. Nei fatti, tuttavia, non è cosi’.
(Foto : Pink Sherbet ; flickr.com)


Newsletter
Euros du Village
Gli Euros
Die Euros
The Euros
Los Euros
Ajouter un commentaire
Ajouter un commentaire

(7)
