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L’italiano dei nuovi cittadini

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Perché il test di lingua beneficia gli immigrati

L’introduzione del test di lingua italiana per gli immigrati è non solo ragionevole ma utile. Non è forse ragionevole, per chi ha deciso un investimento di vita così impegnativo nel nostro paese dimostrare una sia pur elementare conoscenza dell’italiano ?


Articolo apparso su West (Welfare, Società, Territorio)

L’introduzione del test di lingua italiana per gli immigrati è non solo ragionevole ma utile. Partiamo dal decreto del governo 4 giugno 2010. Da oggi gli immigrati residenti in Italia da almeno cinque anni con un regolare permesso di soggiorno che richiedono, per sé e le loro famiglie, il permesso CE per i soggiornanti di lungo periodo, dovranno superare un test di lingua italiana.

Non è forse ragionevole, per chi ha deciso un investimento di vita così impegnativo nel nostro paese dimostrare una sia pur elementare conoscenza dell’italiano ? Tenendo anche presente che sono rilevanti le eccezioni previste. In base al decreto, infatti, sono esenti dal test : i minori under 14 e i soggetti affetti da gravi limitazioni alla capacità di apprendimento linguistico derivanti dall’età, da patologie o da handicap. In più, non sono tenuti a svolgere la prova gli immigrati in possesso di un attestato di conoscenza della lingua italiana ; quelli che hanno conseguito in Italia il diploma di scuola secondaria oppure sono iscritti all’Università, o frequentano un master o un dottorato. Senza contare che chi non dovesse superare l’esame, ha il diritto di riprovare una seconda volta.

Perché riteniamo che questo istituto sia utile ? La risposta la troviamo smontando le critiche che hanno riguardato sostanzialmente tre aspetti. Questo esame, a differenza di altri paesi europei, non è stato affiancato da una offerta di formazione linguistica gratuita per gli immigrati ; la qualità delle prove e il sistema di valutazione è discutibile ; in sé è uno strumento illiberale e repressivo. Andiamo per ordine. Sul primo punto, sarebbe bastato leggere con più attenzione l’art.6 del decreto : “I consigli territoriali per l’immigrazione (…) promuovono (…) progetti per la preparazione al test”. Per quanto riguarda il secondo e il terzo punto segnaliamo semplicemente che i test, di qualunque genere e per qualsiasi scopo, sono selettivi. Non è forse così per la patente o per l’accesso alla Normale di Pisa ?

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Gli immigrati residenti in Italia da almeno cinque anni con un regolare permesso di soggiorno che richiedono, per sé e le loro famiglie, il permesso CE per i soggiornanti di lungo periodo, dovranno superare un test di lingua italiana.

L’occasione, invece, avrebbe richiesto di ragionare su un orizzonte più ampio. Intanto perché vediamo in questa novità una duplice valenza. Simbolica, perché trasmette all’immigrato il senso di conquista di quei diritti che gli spettano nel paese ospitante, fino ad acquisire lo status civitatis. Sostanziale, perché conoscere la lingua è un passo indispensabile per poter stabilire rapporti sociali nello stato di accoglienza.

Ma soprattutto perché consente di riaprire una questione da tempo dimenticata, vittima della guerra di religione che sull’immigrazione si combatte da troppi anni. Ci riferiamo alla necessità di modificare la legge sulla cittadinanza italiana. Non possiamo guardare all’Europa se ci conviene e poi dimenticarcene. L’Italia non può continuare ad avere una legge vecchia, desueta e datata come quella del 1912, parzialmente modificata, e in peggio, nel 1992. Continuiamo ad essere l’unico paese europeo con un ordinamento ispirato esclusivamente al principio dello jus sanguinis. Per essere chiari : urge un riforma che introduca il principio dello ius soli anche in Italia. Un aspetto tanto indispensabile, quanto decisivo specie per quei tanti minori nati in Italia da genitori stranieri. In questo senso, il caso tedesco è quanto mai emblematico.

La Germania, che ha sempre avuto un ordinamento rigidamente ispirato allo jus sanguinis, alla fine degli anni Novanta ha approvato una nuova normativa in materia di cittadinanza. Talmente rivoluzionaria che ha consentito al Presidente della federazione, Johannes Rau, di dichiarare di “rappresentare tutti i tedeschi ed in particolare coloro i quali non hanno ancora il passaporto”. La legge, infatti, stabilisce che lo status civitatis si acquisisce in base al principio del luogo di nascita (jus soli), mentre a quello dello jus sangunis viene dato carattere residuale. Sta qui il cambio di rotta della politica tedesca in materia di immigrazione.


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Giuseppe TERRANOVA

Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’università Luiss Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master In Studi Diplomatici alla SIOI di Roma. É cultore di “Movimenti di popolazione e Relazioni internazionli” (Prof. A. Giordano) (...)
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