L’abbordaggio del traghetto Mavi Marmara, che cercava di forzare il blocco navale israeliano su Gaza, da parte delle truppe speciali israeliane, con l’uccisione di nove cittadini turchi, ha rappresentato il punto più basso delle relazioni turco-israeliane negli ultimi anni e si è andato ad innestare su una situazione già tesa tra i due paesi. Diversi episodi negli ultimi mesi hanno testimoniato questa tensione, come l’abbandono del summit di Davos nel 2009 da parte del Primo Ministro turco Erdogan in polemica con il presidente israeliano Peres a seguito dell’operazione Piombo Fuso, oppure la pubblica umiliazione dell’ambasciatore turco a Tel Aviv da parte del Vice Ministro degli Esteri israeliano Danny Ayalon per protestare contro un programma televisivo turco considerato antisemita. L’episodio verificatosi al largo delle acque di Gaza ha determinato una dura reazione del governo turco ed il cortocircuito nelle relazioni diplomatiche tra i due paesi. C’è chi ha parlato di rottura definitiva dell’alleanza turco-israeliana, di deriva islamica turca, addirittura Liz Cheney, figlia dell’ex vice presidente americano Dick Cheney ha definito la Turchia un nuovo “rogue state”. Se queste visioni drastiche sono perlomeno esagerate, sicuramente si assiste ad una messa in discussione della alleanza strategica tra i due paesi e ad un raffreddamento dei rapporti.
La storia delle relazioni tra Turchia ed Israele
La Turchia è stato il primo paese islamico a riconoscere Israele nel 1949. I rapporti con lo stato ebraico hanno conosciuto alti e bassi dovuti anche allo stato dei rapporti tra la Turchia e i paesi arabi della regione. Già David Ben Gurion, parlava a proposito del rapporto con la Turchia di “strategia periferica”, che consisteva nell’alleanza di Israele con gli altri paesi non arabi della regione (l’Iran) e di supporto alle minoranze presenti nei paesi arabi, come i cristiano maroniti in Libano o i Curdi in Iraq. A seguito però della rivoluzione islamica in Iran nel 1979 e dell’invasione del Libano nel 1982, la Turchia è rimasta l’unico alleato di Israele nella regione ed il rapporto si è ancor di più rafforzato dopo la fine della Guerra Fredda. Sono stati conclusi una serie di accordi economici e politici culminati nell’accordo militare del 1996 firmato dai primi ministri turco Tansu Ciller e quello israeliano Benjamin Nethanyau. L’accordo prevede esercitazioni aereo-navali congiunte, scambi di personale militare, vendita di armi, ed è molto importante per le forze armate israeliane perché consente agli aerei israeliani di utilizzare il territorio turco per esercitazioni. Inoltre dagli anni ’90 l’interscambio commerciale tra i due paesi ha conosciuto un costante aumento. L’avvicinamento della Turchia ad Israele è stato favorito da numerosi fattori, tra cui i contrasti con Siria e Iraq alimentati dalle questioni idriche legate al controllo delle acque di Tigri ed Eufrate ed al faraonico progetto di un sistema di dighe in Anatolia, dalla questione curda, dal contenzioso di confine con la Siria sul distretto di Hayat (l’antica Alessandretta).

- Erdogan e il Presidente israeliano Peres a Davos
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(Fonte : www.flickr.com)
Il governo di ispirazione islamica del Partito del Benessere di Erbakan nel 1997 aveva cercato di rimettere in discussione l’alleanza, ma senza successo. Il partito è stato poi messo fuori legge dall’intervento dei militari. Proprio lo Stato Maggiore dell’esercito è stato il grande sponsor del rapporto privilegiato della Turchia con Israele negli ultimi due decenni. Il riorientamento della politica estera turca è anche espressione del mutamento interno dei rapporti di forza. L’attuale partito di governo, l’AKP (Giustizia e Sviluppo), di ispirazione islamica moderata, ha raccolto l’eredità del partito di Erbakan, e sotto la guida del Primo Ministro Recep Tayyp Erdogan sta ridefinendo la politica estera turca. Tuttavia l’attuale atteggiamento turco verso Israele e verso il blocco di Gaza più che ad una spinta islamista è molto più probabilmente ispirato ad una considerazione pragmatica degli interessi turchi sul piano internazionale e a valutazioni di politica interna da parte di Erdogan.
Il governo turco tra politica internazionale e ricerca del consenso interno
Sul piano internazionale la Turchia gioca un ruolo fondamentale nel sistema di sicurezza occidentale, ma percepisce di non godere dei vantaggi di questo proprio ruolo. Il processo di adesione all’UE che ormai si trascina da qualche decennio è l’esempio di come i paesi occidentali esitino a dare questo riconoscimento tangibile alla Turchia. ll governo Erdogan a questo punto sembra voler ampliare il campo delle opzioni a disposizione con un avvicinamento ad altri paesi emergenti quali il Brasile e l’Iran. Recentemente infatti è stato firmato un accordo nucleare tripartito tra Iran, Brasile e Turchia.
Sulla questione di Gaza, poi, la Turchia si era sempre mostrata molto critica nei confronti di Israele, criticando il blocco della Striscia fin dall’inizio e condannando duramente l’operazione Piombo Fuso del gennaio 2009. Erdogan è stato uno dei primi leader ad incontrare Ismail Hanyeh, Primo Ministro di Hamas, dopo la vittoria del movimento islamico alle elezioni palestinesi del 2006. Certamente le radici islamiche del partito al governo in Turchia hanno una certa influenza sulla solidarietà mostrata verso i palestinesi. L’atteggiamento di Erdogan nei confronti di Israele va poi visto anche sotto la luce dei rapporti di forza interni. Come anticipato precedentemente, il rapporto con Israele era sostenuto soprattutto dai militari che una parte tanto importante rivestono nella storia politica della Turchia moderna. Ora la messa in discussione di questa alleanza appare anche come un ulteriore affrancamento della classe politica turca dai militari. Su tale questione il governo turco gode del favore della stragrande maggioranza della popolazione, che ha sempre avuto un atteggiamento pro-palestinese e non ha mai visto con favore la vicinanza ad Israele. L’episodio della “Freedom Flottilla” non ha fatto altro che esacerbare questo sentimento e Erdogan ha saputo cavalcarlo per guadagnare punti di popolarità. La base elettorale dell’AKP è costituita da ceti meno abbienti, musulmani praticanti ed il discorso anti-israeliano fa particolarmente presa su questo elettorato.
La fine della “strategia periferica” israeliana
D’altra parte l’attacco israeliano che mirava a dar prova di decisione e di inflessibilità nel portare avanti il blocco di Gaza è stato un disastro sia diplomaticamente che dal punto di vista dell’immagine internazionale. Tralasciando il giudizio sull’efficacia del blocco nell’indebolire Hamas, che meriterebbe una trattazione a parte, Israele rischia di perdere l’unico alleato della regione e l’ultimo tassello di quella strategia periferica cui già Ben Gurion faceva riferimento. A quel punto garantire la sicurezza di Israele diventerebbe un problema anche per l’alleato statunitense.
L’Unione Europea sotto pressione
Tuttavia non sembra plausibile interpretare le mosse attuali della Turchia come una messa in discussione della opzione pro-occidentale, a favore di una scelta panislamica. Piuttosto la Turchia vuole vedere dei riconoscimenti tangibili al proprio ruolo ed usa come mezzo di pressione il proprio riavvicinamento all’Iran, l’apertura ad Hamas, l’atteggiamento critico verso Israele. Da questo punto di vista l’Unione Europea è messa particolarmente sotto-pressione. Dopo l’assalto alla Mavi Marmara e la reazione turca il segretario alla Difesa USA Robert Gates ha attribuito ai tentennamenti dell’Unione nell’allargamento alla Turchia le motivazioni della virata della politica estera turca e il presidente Obama in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera ha detto apertamente che il posto della Turchia è a pieno titolo in Europa.

- Manifestazioni pro-palestinesi
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(Fonte : www.flickr.com)
A questo punto varrebbe la pena chiedersi quanto importi dei palestinesi alla Turchia, e se essa non stia solo tentando di usare la questione palestinese come strumento di pressione sull’UE. Se si considera la questione curda, questa attenzione verso l’autodeterminazione del popolo palestinese appare quanto meno sospetta. L’UE dal suo canto, si trova costretta in un angolo e soggetta a pressioni da più lati, incapace di assumere una decisione chiara – al di là delle dichiarazioni di circostanza – a causa delle divisioni interne sia sulla questione dell’ingresso della Turchia, sia del blocco israeliano di Gaza e più in generale della soluzione della questione israelo-palestinese.


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