1- Tra i principi fondamentali della Costituzione Italiana, l’articolo 3 ci ricorda che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Questo articolo ribadisce il principio dell’unità nella diversità del popolo italiano, ma a questo principio non corrisponde un quadro adeguato di riconoscimento legislativo, o mi sbaglio ?
L’espressione “unità nella diversità” è molto pregnante. La convivenza armoniosa di ogni comunità, la comunità familiare, la comunità dei cittadini, la comunità nazionale, la comunità dei credenti, la comunità umana tout court, si fonda proprio su un principio di riconoscimento di ciò e di chi apparentemente è altro da sé, ma la cui alterità non va a pregiudicare l’unità di fondo. La precondizione del riconoscimento è proprio la conoscenza dell’altro che si sviluppi con empatia e onestà intellettuale. Ciò è vero anche se riferito allo sviluppo del quadro normativo inerente il rapporto tra Stato laico italiano e confessioni religiose diverse dalla cattolica. Infatti accanto all’art.3 andrebbe citato anche l’art.8 della nostra Costituzione che sancisce la dinamica normale di questa relazione che dovrebbe scaturire nello strumento dell’Intesa. La mancanza di un’Intesa con la comunità islamica in Italia deriva dalla scarsa maturità della comunità stessa da una parte, dall’altra da un vizio nella prospettiva conoscitiva di cui dicevamo prima sull’Islam in Italia delle nostre istituzioni.
2- Per evitare di rimanere imbrigliati in una miopia politica che vorrebbe difendere “presunte” e “imprecisate” radici nazionali come è possibile realizzare una vera integrazione in Italia e in Europa ? Quali sono le problematiche e le direttrici essenziali di cui gli Stati nazionali devono tener conto per realizzare una vera comunità nazionale e non discriminante ? Può spiegarci meglio la questione dei luoghi dediti al culto, delle preghiere, del venerdì e dell’elemosina rituale ?
In primo luogo le radici nazionali o europee, quali si assuma che esse siano, hanno generato nei secoli germogli di civiltà esemplari fondati su un pluralismo autentico, laddove invece l’ottusità e la mancanza di buona fede hanno prevalso, la conseguenza è stata disastrosa, dal punto di vista spirituale, economico e civile. Una parabola completa in questo itinerario possiamo vederla nelle vicende della Spagna medioevale. In Italia e in Europa si tratterebbe di guardare ai cittadini di fede islamica in maniera più “laica”, come una comunità di uomini e donne ai quali garantire la possibilità di pregare in luoghi di culto riconosciuti e dignitosi, guidati da imam preparati e alieni da ogni prospettiva fondamentalista, comunità che si reggano su “economie” trasparenti e non sugli interessi di politica estera di altri Stati. All’interno della comunità esistono poi le risorse intellettuali per sapere sviluppare quegli adattamenti necessari che la civiltà islamica ha sempre sapientemente saputo realizzare in 14 secoli di storia. Per fare un unico esempio “mediatico” : gli imam hanno sempre svolto il sermone del venerdì nella lingua del Paese in cui vivevano, laddove invece la Rivelazione del Sacro Corano è sempre stata recitata secondo la lingua sacra. I contenuti della proposta di Intesa avanzata ormai da 10 anni dalla CO.RE.IS. Italiana non fanno che richiamare l’applicazione dei requisiti essenziali del culto islamico, i cinque pilastri : la testimonianza di fede, la preghiera, l’elemosina rituale, il digiuno e il pellegrinaggio a Mecca.
3- Lo scorso 19 luglio, il presidente della Commissione Europea, Manuel Barroso, il presidente dell’europarlamento Buzek e il presidente del Consiglio Europeo Van Rompuy hanno discusso con i massimi esponenti di religione cristiana, ebraica e islamica e delle comunità Sikh e Hindu sulle modalità più efficaci di lotta contro la povertà e l’esclusione sociale quale imperativo ai fini della governance europea. Questo era il sesto di una serie di incontri annuali varata dal presidente Barroso nel 2005. Per la prima volta la riunione ha avuto luogo nell’ambito del nuovo contesto del trattato di Lisbona, il cui articolo 17 prevede che l’unione intrattenga un dialogo “aperto, trasparente e regolare” con le chiese e le comunità religiose e di pensiero. Quale è stata la posizione dell’imam Yahya Pallavicini, dal momento che la CO.RE.IS Italiana, della quale è Vice Presidente, è stata l’unica organizzazione italiana invitata a Bruxelles per quanto riguarda la religione islamica ?
Anche in Europa si tratta di favorire l’interazione tra le Istituzioni politiche e le rappresentanze religiose in modo da consentire lo sviluppo delle possibilità spirituali e materiali dei cittadini europei. I contesti diversi vanno messi in comunicazione e devono potere esercitare tra loro una influenza virtuosa : come non si possono scindere nell’uomo la dimensione spirituale e quella fisica, neppure nella società contemporanea si può procedere per compartimenti impermeabili l’uno rispetto all’altro. In questo modo lo sviluppo non sarà solo materiale ma costituirà una autentica opportunità conoscitiva per tutti i cittadini. In questa direzione l’imam Pallavicini ha potuto presentare il complesso e delicato lavoro che la CO.RE.IS. Italiana sta sviluppando anche in ambito socio-economico per il beneficio di tutta la comunità islamica, attraverso strumenti che sappiano rappresentare anche in tale ambito l’apporto dei principi fondanti l’economia islamica, essa stessa basata su quei presupposti etici che l’Europa stessa sta riscoprendo a seguito della recente crisi finanziaria internazionale.


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