Frittura di paranza : l’indigesta preparazione dei media nostrani
Il primo caso, risalente a qualche settimana fa, riguarda la pesca e più specificamente gli effetti di un regolamento europeo sulla cattura di piccoli esemplari di pesci e molluschi. Una delle poche materie di competenza esclusiva dell’UE, certamente tale politica europea presenta problemi strutturali, legati all’incapacità degli Stati di accordarsi sulla riduzione delle quote di pescato spettanti a ciascuno e, ancor più, alla mancata vigilanza, spesso velata di connivenza, sulle quantità effettivamente pescate e sulle tecniche di pesca poco rispettose dell’ambiente marino e delle sue specie. Non è nemmeno lontanamente pensabile che la Commissione conduca ispezioni sistematiche sul campo. Tale compito spetta infatti agli Stati, che non sempre hanno gli incentivi politici per opporsi alle lobbies di settore. Un esempio tristemente noto dei fallimenti in materia è dato dalla gestione della pesca del tonno rosso : dopo anni di iper-sfruttamento degli stock di tale pesce, l’unica alternativa alla scomparsa dal Mediterraneo è stata il divieto della sua cattura.
Torniamo però al nostro caso : dal 1 giugno ha cessato di applicarsi una disposizione transitoria presente nel regolamento 1967/2006, del 21 dicembre 2006 (relativo alle misure di gestione per lo sfruttamento sostenibile delle risorse della pesca nel mar Mediterraneo), che permetteva di continuare a utilizzare dispositivi di pesca con maglie di dimensione inferiore a quanto previsto nel regolamento e quindi atte a catturare anche piccoli pesci e molluschi. Così si sono sprecati i titoli con variazioni sul tema “l’UE mette al bando la frittura mista”. La notizia, già presentata in maniera parziale, è poi stata assortita dei commenti di rappresentanti di alcune categorie coinvolte, tendenzialmente a senso unico : esponenti dei pescatori che si stracciano le vesti, ristoratori che urlano all’attentato al patrimonio gastronomico nazionale, consumatori sbigottiti o indispettiti dall’ennesimo divieto europeo che incide sulle loro abitudini alimentari.

- (Fonte : www.flickr.com)
Che impressione può ricavare un lettore medio, molto probabilmente privo di conoscenze specifiche sulla regolamentazione del settore (e questo è normale) e, del pari, sul funzionamento dei processi decisionali europei (e qui è invece urgente colmare le lacune) ? L’immagine che viene trasmessa è ancora una volta quella di una burocrazia europea lontana, che fa calare, da un’onnipotente e iper-invasiva Bruxelles, divieti a ripetizione o disposizioni stravaganti, quando non surreali. Quasi che il governo italiano non partecipasse al Consiglio dei ministri e che i nostri europarlamentari non sedessero a Strasburgo… Tale presentazione, come dicevamo, è però parziale : la notizia, a dire il vero, è più che altro una non-notizia, posto che la previsione della messa al bando di reti con maglie troppo piccole risale al 2006. Sarebbe interessante indagare invece che cosa hanno fatto, durante un periodo di più di tre anni, i vari governi italiani per favorire l’adattamento del settore.
L’esempio è molto utile per darci un’idea di quanto sia complesso il policy-making dell’UE. Gli elementi in gioco nella determinazione di una politica siffatta sono plurimi : i gusti dei consumatori, l’economia del settore, la tutela dell’ambiente marino e delle specie ittiche ; si aggiunga, ovviamente, che tutte queste componenti possono avere, nei vari Stati membri, diversi pesi e sensibilità. Alla politica spetta trovare una sintesi, e la “buona” politica dovrebbe essere in grado di distaccarsi quanto più possibile da negoziazioni che si fermino semplicemente al minimo denominatore comune o costituiscano a intese al ribasso. Come spesso accade gli “interessi diffusi”, quali la tutela dell’ambiente, sono spalmati su di una platea amplissima di soggetti, con danni che non sono facilmente monetizzabili, o lo sono solo sul lungo periodo. Così chi si fa sentire sono i portatori di “interessi concentrati”, coloro che vengono toccati in maniera diretta e non trascurabile nel portafoglio e che tendono a ragionare secondo logiche di breve o brevissimo periodo. I consumatori restano sullo sfondo, in quanto portatori di una galassia di interessi non semplicemente riducibili ad una posizione : ad esempio, quale esigenza far prevalere tra il prezzo e la qualità ? Inoltre, il loro ruolo dipende molto dalle informazioni di cui possono disporre, e qui ritorniamo alla questione di fondo : la comunicazione sulle questioni europee e il ruolo dei media.
Nel nostro caso i piccoli pescatori, una percentuale ridotta della flotta italiana (5%), vengono certamente toccati duramente. Ma non si menziona che deroghe sono possibili qualora la pesca sia davvero di impatto trascurabile su pesci ed ecosistema marino, ciò che- - va da sé - non corrisponde all’impiego sistematico di piccole barche in intraprese di scala industriale. E ancora, nel 2008, in tempi di petrolio a 140 euro, non si era parlato di incentivi alla rottamazione delle vecchie barche e al ritiro delle licenze di pesca ? Dall’altro lato, onde scongiurare un’ulteriore contrazione di specie marine già soggette a sfruttamento intensivo, è indispensabile evitare la cattura di pesci e molluschi che non abbiano ancora raggiunto la maturità riproduttiva. In relazione, infine, ai consumatori e alle loro abitudini e gusti, si potrebbe discettare quanto preparazioni tradizionali – la frittura di paranza o di pesciolini, appunto – possano ancora dirsi “locali” e rispettose dell’ambiente se la loro massificazione richiede già oggi uno sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche, sin quasi alla loro scomparsa.
Gli stessi interrogativi, mutatis mutandis, possono formularsi in relazione a preparazioni come il sushi, che in origine erano inserite in una tradizione e in una cultura ben definite, ma oggi, divenute piatti globali, rischiano di auto-divorarsi, a causa della scomparsa delle specie ittiche da esse indotta – e, ancora una volta, valga l’esempio del tonno rosso.
Nutella : uno psicodramma nazionale ?
Un altro caso, di questi giorni, è l’approvazione in prima lettura al Parlamento europeo del nuovo regolamento sull’etichettatura dei cibi. La materia è complessa e controversa, e potrebbe certo fornire spunti di riflessione sulle politiche pubbliche alla frontiera tra diritti dei consumatori e tutela della salute : ad esempio, sin dove spingersi nell’incentivare scelte del consumatore basate su (oggettivi) criteri di tutela della salute ?
Ecco che invece la quasi totalità dei media esce con titoli come “Allarme Nutella”, “Nutella a rischio”, “L’Europa vuole toglierci la Nutella” e simili, focalizzandosi su un aspetto assai limitato e semplificando eccessivamente. Si sproloquia sulla possibilità dell’introduzione di tasse specifiche sui prodotti dolciari, salgono alte le lamentazioni per i “devastanti effetti per la psiche e per il palato”, o ancora, si paventa la messa al bando della Nutella. A seguire, come da copione, sono riportati gli interventi di solo alcune delle parti interessate, nel caso specifico – ovviamente – la Ferrero, produttrice della Nutella.

- Nutella su una ciambella
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(Fonte : www.flickr.com)
Venendo alla sostanza, tuttavia, in primo luogo il regolamento in questione è stato approvato soltanto in prima lettura dal PE e la difficoltà di raggiungere intese con il Consiglio lascia supporre che sarà necessaria una seconda lettura. Secondariamente, il “rischio” per la Nutella, come per altri prodotti dolciari per definizione ad elevato contenuto calorico, scongiurata un’etichettatura – questa sì – troppo semplificata, basata sui tre colori del semaforo, consisterebbe nel vedersi aggiungere una dizione del tipo “il consumo eccessivo può provocare obesità”. Ciò non per effetto di un’imposizione europea, ma come risultato di libere scelte nazionali legate all’inserimento in etichetta di informazioni complementari, per motivi di salute pubblica. In terzo luogo – e questo è l’elemento più amplificato dai media – l’art.50, dalla non semplicissima interpretazione, tende a imporre di presentare le informazioni nutrizionali anche nelle pubblicità, salvo quelle generiche. Sarebbero cioè non proibiti, ma vanificati (bisognerebbe indicare l’elevato contenuto calorico) messaggi pubblicitari volti ad associare prodotti come la Nutella ad una dieta equilibrata e sana. E a fronte di una vera e propria epidemia di obesità, sostenere che cibi iper-calorici possono essere dannosi per la salute se consumati in maniera eccessiva non è certo il parto di qualche mente malata, ma un dato di fatto difficilmente controvertibile. Si aggiunga che, come già avviene tuttora, a vigilare affinché quanto riportato sulle etichette corrisponda a solidi dati scientifici, non è la Commissione, ma l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), in cui siedono scienziati cui non difettano i requisiti della competenza e dell’indipendenza. L’idea sottesa al regolamento consiste nell’informare il consumatore sui contenuti nutrizionali dei prodotti dell’industria alimentare, certo con l’obiettivo di favorire una dieta non dannosa per la salute. Ed è singolare che chi si oppone a tali misure, lo faccia invocando la “libertà di scelta del consumatore”. Interessante, inoltre, notare come la formulazione di semplicistiche, quanto infondate accuse al PE (e, per esteso, all’UE) di schiavitù nei confronti delle grandi industrie siano a corrente alternata, a seconda che gli attori nazionali coinvolti rientrino o meno in tale categoria.
I profili tecnici della questione, tuttavia, richiederebbero ben altri spazi : qui, aldilà di una sommaria ricostruzione, preme sottolineare che l’approccio con cui essa viene affrontata dai media generalisti non rende un buon servizio né ai lettori, né ai consumatori, né, in generale, ai cittadini.
Riassumendo, lungi dal voler andare oltre qualche spunto di riflessione su due casi che sono di sicura visibilità mediatica, ci preme servirci di essi per evidenziare la bassa qualità dell’informazione sui temi europei. Si tratta di un problema non trascurabile, poiché se un cittadino informato è essenziale per il buon funzionamento della democrazia nazionale, ciò è ancor più vero per quanto riguarda l’ambito europeo. L’UE, infatti, è un sistema politico, per forza di cose, assai complesso, ma anche un laboratorio di continua sperimentazione delle forme di gestione e regolazione della complessità delle società contemporanee, sempre soggette a dinamiche che travalicano il vecchio Stato nazionale.
(Foto logo : www.flickr.com)












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