Dallo scorso primo gennaio la Danimarca ha assunto la presidenza del Consiglio dei ministri dell’Unione europea : per i prossimi sei mesi il governo di Copenaghen avrà l’onere di guidare l’Europa in una situazione economica caratterizzata dal debito pubblico galoppante, dal fresco declassamento di nove Paesi di Eurolandia e dalla crisi della moneta unica. L’obiettivo primario che il governo danese dovrà centrare sarà salvare il Vecchio continente dalla tempesta in atto per assicurarlo ad acque ben più serene. E’ la stessa Commissione europea ad investire la nuova presidenza di tale responsabilità attraverso una nota ufficiale secondo cui “la Danimarca prende la guida dell’Unione europea per il primo semestre 2012 in un clima difficile. È sua intenzione collaborare con gli altri Paesi membri e le istituzioni europee per far uscire l’Unione dalla crisi economica e avviarla sulla strada della crescita”. Tuttavia, la Danimarca come la Polonia, il Paese che l’ha preceduta nella presidenza di turno, non è membro dell’eurozona (il referendum tenutosi nel settembre del 2000 ha registrato il 53,2% di voti contrari all’adozione della moneta che avrebbe dovuto sostituire la Corona danese), perciò ad una prima analisi non appare il punto di riferimento auspicabile per il superamento della crisi dell’euro. La sfida che attende lo Stato scandinavo è, dunque, abbattere ogni pregiudizio e convincere della propria credibilità economico-politica gli interlocutori internazionali : le istituzioni UE, gli altri Stati membri ma, soprattutto, le ormai onnipotenti agenzie di rating. Fino a pochi mesi fa nessuno avrebbe neanche immaginato che il destino della valuta comunitaria potesse essere legato a doppio filo con le valutazioni finanziarie di società statunitensi e con i provvedimenti presi da una nazione che non utilizza tale valuta. Ad essere consapevole delle difficoltà con cui certamente dovrà confrontarsi è prima di tutto la premier danese Helle Thorning Schmidt, secondo cui la presidenza « sarà un successo se, nonostante la crisi, fra sei mesi l’Europa avrà preso decisioni importanti ». Il primo ministro ha aggiunto anche che è pronta a sostenere Herman Von Rompuy “in tutto ciò che sarà possibile”. È infatti utile precisare che la presidenza di turno del consiglio dei ministri dell’UE a partire dal 2009, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, ha perso parte delle proprie prerogative a favore della carica non più temporanea ma permanente del presidente del Consiglio europeo. Per l’appunto Von Rompuy, chiamato a coordinare e presiedere le assemblee. Ad ogni modo e ad un’analisi più approfondita, la mancata appartenenza della Danimarca alla zona euro potrebbe rivelarsi (paradossalmente) un valore aggiunto, dal momento che la più meridionale delle nazioni scandinave potrebbe contare su una lucidità certamente latitante nella maggior parte dei rappresentanti degli Stati che, ormai con l’acqua alla gola, cercano (vanamente) soluzioni e risorse economiche all’esterno dei confini nazionali. Inoltre, l’imparzialità danese potrebbe rappresentare una provvidenziale opportunità di risanamento delle fratture che negli ultimi mesi hanno caratterizzato le relazioni tra i diciassette Paesi di Eurolandia e i rimanenti dieci, costruendo quel “ponte sopra le acque agitate dell’UE” auspicato dal ministro danese per gli Affari europei Nicolai Wammen all’indomani del lancio del trattato intergovernativo per l’adozione di un nuovo « patto fiscale » (l’allusione, neanche troppo velata, è alla Gran Bretagna, tiratasi fuori). Questione non trascurabile, i governi danesi che hanno presenziato l’Unione europea nelle sei precedenti occasioni si sono distinti per un’azione di governo autorevole, efficiente e pragmatica (l’ultimo, risalente al 2002 e guidato dall’attuale segretario della Nato Anders Fogh Rasmussen ha decretato lo storico maxi-allargamento dell’Unione da quindici a venticinque Stati).
Le quattro priorità danesi A conferma della concretezza che contraddistingue gli esecutivi di Copenaghen lo stesso Wammen, intervenuto in una conferenza stampa per illustrare i capisaldi della presidenza appena insediata, ha inserito la prioritaria questione economica all’interno di un più ampio ventaglio di misure che riguarderanno le politiche ambientali, energetiche e concernenti il comparto sicurezza. Prima di tutto è necessario specificare che economia, ai tempi della crisi, non è solo sinonimo di debito pubblico. Infatti, all’imperativo categorico di salvare l’euro si affianca quello di favorire la crescita e la rivitalizzazione del mercato interno comunitario (confidando nei numeri illustrati dalla Commissione europea, tale mercato accrescerebbe del 4% il prodotto interno lordo dei ventisette) da cui trarrebbe notevoli benefici anche l’occupazione. A vent’anni dalla nascita, il mercato unico necessita di nuove riforme, che permettano alle aziende e ai cittadini europei di usufruire appieno dei suoi benefici.
Al contempo, in epoca di globalizzazione, è indispensabile la stipulazione di accordi volti a favorire la creazione di nuove direttrici commerciali, che permettano alle aziende europee di effettuare liberi scambi con Giappone, India, Canada e Tunisia. Appare evidente che al governo danese si chiede di pianificare il futuro a medio e lungo termine dell’UE, ne è conferma l’analisi del bilancio UE per il periodo compreso 2014-2020.
Da non sottovalutare è anche l’interesse dimostrato verso la tematica ambientale, dal momento che la crescita ecosostenibile, la materia energetica (con la proposta di direttiva sull’efficienza energetica, la tabella di marcia per l’energia fino al 2050 e il settimo programma d’azione per l’ambiente) e l’attenzione rivolta ai cambiamenti climatici (in previsione dell’aumento della temperatura terrestre di 6°C) rappresentano un elemento di continuità con le politiche precedenti, sempre attente a ricoprire un ruolo di primissimo piano sullo scenario internazionale.
In materia di relazioni extraeuropee e di sicurezza interna ai confini comunitari, i recenti sbarchi di numerosi clandestini provenienti dall’Africa settentrionale obbliga la presidenza danese a ridefinire le modalità di controllo delle frontiere ; non è più procrastinabile la discussione del regime europeo comune di asilo ed il consolidamento del sistema di libera circolazione delle persone nello spazio Schengen (agognato dalla Romania e dalla Bulgaria ma contro cui si batte strenuamente l’Olanda, critica per la mancata fermezza nella lotta alla corruzione interna attuata dai due Paesi). Infine, anche questa volta la Danimarca sarà protagonista di una politica segnata dall’integrazione : le negoziazioni con l’Islanda e la Turchia dovrebbero subire una decisiva accelerata, potrebbe esserci un importante avvicinamento con il Montenegro e non è escluso che si concludano le trattative riguardanti la candidatura della Serbia. Misure di una tale portata necessitano, ovviamente, di un confronto costante tra i ventisette ; e le dichiarazioni dei rappresentanti danesi confermano la volontà di mettere in pratica una prassi politica basata sulla coesione e il dialogo.
Ne consegue un calendario ufficiale tradizionalmente fitto, sebbene più snello rispetto al passato : si è cominciato l’11 e il 12 gennaio con la presentazione del programma e la proposta di interventi alla Commissione europea nel corso di un incontro ufficiale a Copenaghen ; si è proseguito dal 16 al 19 a Strasburgo nel corso di una sessione plenaria del Parlamento europeo per l’illustrazione delle azioni di governo ; il 23 sarà volta della riunione dell’Eurogruppo ; il 24 dell’Ecofin e il tour de force del primo mese dell’anno si concluderà il 30, quando il Consiglio europeo si riunirà in una seduta straordinaria. Ulteriori incontri ufficiali sono previsti nei primi due giorni di marzo e il 28 e 29 giugno, ultimi giorni del mandato, quando saranno discussi il patto di bilancio ed il trattato di riferimento.
Per maggiori informazioni è possibile visitare il sito ufficiale della presidenza del Consiglio dell’Unione europea.


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