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Tempesta finanziaria : l’Italia e gli altri

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La « tempesta d’opinione » lanciata dai mercati sull’Italia ci ha regalato questo singolare lunedì nero. Spread sui bond in rialzo ai massimi storici. Vendite di titoli allo scoperto e in ribasso. Oscar Giannino che narra della « danza macabra degli spread » in attesa del perverso e previsto « eurocrac » (in arrivo per il 2013). Ma quanto di tutto ciò è pienamente imputabile al Paese Italia o al suo sistema bancario ? Quale dovrebbe essere, invece, il compito dell’Europa e quanto incisivo è stato lo zampino degli americani ?


Le questioni sono complesse ed estremamente intricate. Perché l’Italia sicuramente ci ha messo del suo, in questi ultimi giorni, aggiungendo al calderone bollente della finanza internazionale, già surriscaldato dalle scintille elleniche, la sua buona dose di fermenti politici, incasinamenti finanziari e opposizioni che chiedono governi tecnici (ma non hanno imparato dal governo Amato e dalla crisi della lira del ’92 ?). Eppure ieri, tagliando le gambe alle infauste aspettative di molti, la prima asta di titoli pubblici (Bot) si è chiusa bene. L’attesa è forte per la ventura asta di oggi su 3-5 mld di Btp. Piazza Affari, che era arrivata a cedere anche il 4%, ha poi dimezzato le perdite, mentre i listini di Unicredit e Generali sono stati riaperti. Le banche, infatti, sono state parecchio influenzate dalla turbolenza, possedendo portafogli gonfi di titoli di stato. E queste aste sono, e saranno, di estrema importanza perché da esse dipende il costo di ripianamento del nostro debito. Più i rendimenti si alzano, più sarà oneroso per lo Stato saldare il deficit. La manovra finanziaria potrebbe, in ultima analisi, rivelarsi insufficiente. Potrebbe.

Ma il 44% del debito italiano è detenuto da investitori esteri : fondi sovrani, banche, Stati. In molti scommettono sul futuro dell’Italia. E qui entrano in gioco i criticatissimi credit default swaps, quei mefistofelici strumenti derivati che puntano al default di uno Stato, facendone aumentare il rischio piuttosto che assicurare contro lo stesso. Perché spesso in finanza, così come in economia, le aspettative finiscono per autorealizzarsi. Quelle sull’Italia, tuttavia, non erano così pessime.

In aprile, il Fondo Monetario Internazionale aveva effettuato un’analisi in base alla quale il nostro Paese risultava essere tra i meno bisognosi di interventi di finanza pubblica. Crescita stagnante ma Stato solido, perché, a fronte di un debito pubblico di 1.900 mld di euro sono disponibili ben 8.000 mld di ricchezza privata. Come a dire, un capitolo diverso rispetto alla vecchia storia dei subprime statunitensi, con cittadini indebitati fino al collo ed insolventi. L’Italia è spendacciona e sempre coi conti in rosso, ma l’italiano è saggio e risparmiatore.

Eppure, i mercati ci si sono lanciati contro. Forse, viene da pensare, realizzando la profezia della statunitense Moody’s, che qualche tempo fa aveva declassato i titoli italiani, che qualcuno ci possa guadagnare. Ma chi ? Di certo non l’Europa, che se vedesse inasprirsi gli attacchi contro l’Italia per effetto del temuto « effetto contagio », vivrebbe un vero e proprio cataclisma. Noi, infatti, non abbiamo lo stesso peso economico di Grecia, Irlanda o Portogallo. Nell’eurozona siamo secondi solo a Germania e Francia. La prova del nove (che fugherà ogni timore sulla solidità delle banche italiane) giungerà il 15 luglio, data in cui verranno comunicati i risultati degli stress test sugli istituti di credito europei.

Potrebbe, forse, venire il dubbio che a guadagnarci siano proprio gli americani. Anche loro hanno qualche problemuccio di debito, possibilmente in grado di mettere una pagliuzza nell’« armonioso rapporto » fra democratici e repubblicani. E, dunque, meglio mettere sotto i riflettori la povera, sgangherata Europa. È più facile drammatizzare sugli altri. Perché un euro forte e un dollaro debole sarebbe una combinazione poco conveniente per fondi, intermediari e banche d’oltreoceano.

Forse allora, da un lato bisognerebbe fare un bel riordino della finanza mondiale. Riaggiustarla dai canoni degli anni Novanta, darle una veste più prudente, patrimonializzare maggiormente le banche seguendo gli accordi di Basilea 3 e rendere effettivi e armonizzati meccanismi come il « core tier 1 ».

L’Europa, dal canto suo, pensi a degli strumenti efficaci per salvare non solo i PIGS, ma l’Europa in quanto tale. In quest’ottica, torna utile la proposta di Tremonti e Juncker per l’emissione di eurobond. Ma, lo si tenga bene in mente, ad un indebitamento comune deve corrispondere un’altrettanto comune (e solida) governance finanziaria.


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Ylenia CITINO

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